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16/Mag/2024

A cosa serve lo stetoscopio

Lo stetoscopio rappresenta uno strumento fondamentale nel campo della medicina, utilizzato principalmente per auscultare, ossia ascoltare, i suoni prodotti all’interno del corpo umano. Questo dispositivo, inventato da René Laennec nel 1816, ha subito nel corso degli anni notevoli evoluzioni tecnologiche che ne hanno migliorato l’efficacia e la versatilità d’uso.

L’utilizzo principale dello stetoscopio riguarda l’ascolto dei suoni cardiaci e respiratori. Mediante l’auscultazione cardiaca, i medici sono in grado di valutare la frequenza e il ritmo dei battiti del cuore, nonché di identificare eventuali anomalie come soffi cardiaci, che possono indicare la presenza di difetti valvolari o altre patologie cardiache. L’auscultazione polmonare, d’altra parte, consente di rilevare suoni respiratori anormali come sibili o rantoli, che possono essere segnali di condizioni quali asma, bronchite o polmonite.

Oltre a cuore e polmoni, lo stetoscopio viene impiegato anche per esaminare altri organi come i vasi sanguigni, attraverso l’ascolto dei toni vascolari per individuare eventuali restringimenti arteriosi, e l’intestino per valutarne l’attività peristaltica in casi di sospette occlusioni o infiammazioni.

Come si ascolta il torace

Ascoltare il torace è una pratica fondamentale in medicina, utilizzata per valutare la salute dei polmoni e del cuore. Come esperto nel campo, desidero condividere alcune tecniche chiave su come utilizzare correttamente lo stetoscopio per tale procedura.

Innanzitutto, è cruciale scegliere un ambiente tranquillo e assicurarsi che il paziente sia a proprio agio, preferibilmente in posizione seduta o semiseduta, per facilitare l’ascolto dei suoni respiratori. Prima di iniziare, il diaframma dello stetoscopio (la parte larga) deve essere riscaldato tra le mani per evitare disagi al paziente.

L’ascolto del torace si divide in due fasi: auscultazione dei polmoni e del cuore. Iniziamo dai polmoni. Posizionando lo stetoscopio su diverse aree del torace e della schiena, chiediamo al paziente di respirare profondamente attraverso la bocca. È importante ascoltare ogni area simmetricamente sui lati destro e sinistro per identificare eventuali anomalie nei suoni respiratori, come sibili o crepitii.

Per l’auscultazione cardiaca, lo stetoscopio viene spostato in specifiche aree del torace dove i toni cardiaci sono meglio udibili. Queste aree corrispondono ai siti di auscultazione delle valvole cardiache: aortica, polmonare, tricuspidale e mitralica. È fondamentale ascoltare attentamente i suoni del battito cardiaco, prestando attenzione a eventuali soffi o irregolarità.

L’utilizzo dello stetoscopio richiede pratica e esperienza per distinguere tra i normali suoni fisiologici e quelli che indicano patologie. La chiave è l’attenzione ai dettagli e la conoscenza approfondita dell’anatomia umana e delle varie condizioni mediche che possono influenzare i suoni auscultati.

Come si ascoltano i polmoni

L’ascolto dei polmoni attraverso uno stetoscopio è una pratica fondamentale nella valutazione clinica respiratoria. 

Per iniziare, il paziente deve essere in una posizione comoda, preferibilmente seduto o in piedi, che consenta un accesso agevole sia alla parte anteriore che posteriore del torace. È importante che il paziente sia rilassato e che respiri normalmente attraverso la bocca.

L’utilizzo dello stetoscopio inizia con la scelta della campana adeguata. Per l’ascolto dei suoni polmonari, è consigliabile utilizzare il diaframma, poiché è più efficace nel rilevare i suoni ad alta frequenza come i sibili o i rantoli fini.

L’esame si svolge sistematicamente auscultando entrambi i lati del torace, per confrontare i suoni polmonari di una parte con quelli dell’altra. Si procede dall’apice verso la base dei polmoni, ascoltando i suoni respiratori nei seguenti punti: anteriormente, lateralmente e posteriormente. È cruciale muovere lo stetoscopio senza tralasciare aree, per non perdere potenziali anomalie.

Durante l’ascolto, si presta attenzione ai suoni normali del respiro, quali i murmuri vescicolari, e si è all’erta per la presenza di suoni anomali come sibili, ronchi o crepitii. Questi ultimi possono indicare la presenza di condizioni patologiche quali asma, bronchite cronica o polmonite.

Qual è la differenza tra fonendoscopio e stetoscopio

Lo stetoscopio, dal greco “stethos” (petto) e “skopein” (guardare), è uno strumento medico inventato nel 1816 da René Laennec. Si tratta di un dispositivo acustico utilizzato per ascoltare i suoni interni del corpo, principalmente quelli cardiaci, respiratori e intestinali. La sua invenzione ha rivoluzionato la diagnosi medica, fornendo un metodo non invasivo per esplorare il corpo umano.

Il fonendoscopio, d’altra parte, è una evoluzione dello stetoscopio. Il termine deriva da “fono” (suono), “endo” (interno) e “skopein”. Introdotta nel XX secolo, questa versione migliorata include un diaframma e talvolta una campana sullo stesso strumento. Queste aggiunte consentono una migliore amplificazione e qualità del suono rispetto al modello originale di Laennec. Il fonendoscopio è diventato lo strumento standard nella pratica clinica per l’auscultazione grazie alla sua capacità di distinguere una gamma più ampia di frequenze sonore.

In sintesi, mentre lo stetoscopio rappresenta la categoria generale degli strumenti acustici per l’ascolto dei suoni interni del corpo, il fonendoscopio si riferisce a un tipo specifico di stetoscopio che offre funzionalità avanzate per un’esaminazione più dettagliata. Entrambi sono strumenti fondamentali nella pratica medica; tuttavia, il fonendoscopio offre ai professionisti sanitari una capacità di diagnosi più accurata attraverso miglioramenti tecnologici nell’ascolto dei suoni corporei.


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16/Mag/2024

Pressione arteriosa: cos’è e come si misura

La pressione arteriosa è un parametro vitale che riflette la forza esercitata dal sangue contro le pareti delle arterie mentre viene pompato dal cuore in tutto il corpo. La sua misurazione riveste un ruolo cruciale nella valutazione dello stato di salute cardiovascolare di un individuo, ed è per questo motivo che la comprensione di cosa sia e come si misuri assume un’importanza fondamentale.

La pressione arteriosa si esprime attraverso due valori: la pressione sistolica e la pressione diastolica. La pressione sistolica, il valore più alto, rappresenta la forza esercitata sulle pareti arteriose nel momento in cui il cuore si contrae per pompare il sangue. La pressione diastolica, il valore più basso, indica invece la pressione sulle pareti arteriose quando il cuore è in fase di rilassamento tra una contrazione e l’altra. Questi valori sono comunemente misurati in millimetri di mercurio (mmHg).

La misurazione della pressione arteriosa avviene solitamente attraverso l’uso di uno sfigmomanometro, che può essere manuale o digitale. Nel caso dello sfigmomanometro manuale, viene utilizzato insieme a uno stetoscopio. Il bracciale dello sfigmomanometro viene avvolto attorno al braccio del paziente e gonfiato fino a interrompere temporaneamente il flusso sanguigno nell’arteria brachiale. Successivamente, rilasciando lentamente l’aria dal bracciale, l’operatore ascolta tramite lo stetoscopio i suoni del sangue che ricomincia a scorrere nell’arteria, identificando così i valori di pressione sistolica e diastolica.

I dispositivi digitali semplificano notevolmente la procedura automatizzando la rilevazione dei suoni e visualizzando i valori della pressione direttamente su uno schermo. Questi apparecchi consentono spesso anche agli individui non professionali di monitorare con facilità la propria pressione arteriosa a casa.

Il controllo regolare della pressione arteriosa è essenziale per prevenire e gestire numerose condizioni patologiche, tra cui ipertensione e malattie cardiovascolari. L’ipertensione in particolare è nota come “assassino silenzioso”, poiché può progredire senza sintomi evidenti fino a causare danni significativi agli organi vitali.

In casi di valori anormalmente alti o bassi ripetutamente registrati, è imperativo consultare un medico per una valutazione approfondita. Il trattamento dell’ipertensione può includere modifiche dello stile di vita, come dieta ed esercizio fisico, e/o terapia farmacologica.

Che valori di pressione per età

Per comprendere meglio come variano i valori di pressione arteriosa in base all’età, è fondamentale considerare che, generalmente, la pressione tende ad aumentare con l’avanzare degli anni. Ciò è dovuto a diversi fattori, tra cui l’indurimento delle arterie (arteriosclerosi) e le variazioni nel volume di sangue pompato dal cuore.

Neonati e bambini presentano valori significativamente più bassi rispetto agli adulti. Ad esempio, una pressione normale per un neonato può variare tra 75/50 mmHg e 100/75 mmHg, mentre nei bambini di età scolare, i valori normali possono essere intorno a 95/60 mmHg fino a 110/70 mmHg.

Negli adulti, una pressione considerata ottimale si attesta intorno ai valori di 120/80 mmHg. Tuttavia, si parla di pre-ipertensione quando i valori si collocano tra 120/80 mmHg e 139/89 mmHg. L’ipertensione vera e propria viene diagnosticata quando i valori superano i 140/90 mmHg in modo costante.

Per gli anziani oltre i 65 anni, un leggero aumento dei valori è considerato fisiologico, ma è importante mantenere la pressione sistolica sotto i 150 mmHg per ridurre il rischio di complicazioni cardiovascolari. Ciò nonostante, ogni individuo è unico, e anche fattori come il peso corporeo, lo stile di vita e la presenza di condizioni mediche preesistenti giocano un ruolo cruciale nella determinazione dei valori ottimali di pressione arteriosa.

Che differenza deve esserci tra pressione massima e minima

Nel discorso sulla pressione arteriosa, due valori assumono un ruolo centrale: la pressione sistolica (massima) e la pressione diastolica (minima). La loro differenza non è soltanto numerica, ma riflette dinamiche fisiologiche fondamentali per il nostro benessere. Approfondire la natura di questa distinzione e comprendere i valori ottimali è cruciale per monitorare efficacemente la nostra salute cardiovascolare.

La pressione massima si verifica durante la sistole, ovvero quando il cuore si contrae per pompare il sangue verso le arterie. Questo valore rappresenta il picco di pressione esercitato sulle pareti arteriose. Al contrario, la pressione minima si verifica durante la diastole, il momento di riposo del cuore tra una contrazione e l’altra, riflettendo quindi la pressione più bassa nelle arterie.

La differenza tra questi due valori viene definita “escursione pulsatoria” o “pressione pulsatoria”. Questo intervallo è un indicatore significativo della salute delle arterie e della loro capacità di dilatarsi e contrarsi adeguatamente in risposta al flusso sanguigno. Una differenza normale dovrebbe aggirarsi intorno ai 30-50 mmHg. Valori al di fuori di questo intervallo possono essere indicativi di problemi cardiovascolari.

Un’escursione pulsatoria ridotta può suggerire una rigidità arteriosa, un fenomeno comune nell’invecchiamento o in condizioni come l’ipertensione. Questa condizione aumenta il rischio di malattie cardiovascolari poiché il cuore deve lavorare più duramente per pompare il sangue attraverso vasi meno elastici. Al contrario, una differenza troppo elevata può indicare un’eccessiva elasticità vascolare o altri problemi cardiaci che meritano attenzione medica.

In sintesi, la comprensione delle dinamiche tra pressione massima e minima offre uno spaccato importante sulla nostra salute cardiovascolare. Una gestione informata dei fattori che influenzano questi valori rappresenta un passo fondamentale verso il mantenimento dell’equilibrio del nostro sistema circolatorio e del benessere complessivo. La consulenza con professionisti sanitari, assieme ad uno stile di vita sano ed equilibrato, rimane la strategia migliore per monitorare e ottimizzare la propria pressione arteriosa.


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16/Mag/2024

Trombosi venosa: cos’è e come si manifesta

La trombosi venosa, un disturbo che colpisce il sistema circolatorio, si verifica quando si forma un coagulo di sangue (trombo) all’interno di una vena, ostacolando il flusso sanguigno normale. Le zone più comunemente interessate sono le gambe, ma la trombosi può manifestarsi anche in altre parti del corpo. Questa condizione può essere classificata in due tipi principali: la trombosi venosa profonda (TVP) e la tromboflebite superficiale.

I fattori di rischio per lo sviluppo della trombosi venosa comprendono l’immobilità prolungata, come durante viaggi aerei lunghi o convalescenze da interventi chirurgici; la gravidanza; l’uso di contraccettivi orali o terapie sostitutive ormonali; il fumo; l’obesità; e una predisposizione genetica alla coagulazione del sangue.

La diagnosi si avvale principalmente di esami strumentali come l’ecodoppler venoso, che permette di visualizzare il flusso sanguigno e identificare eventuali ostruzioni. Il trattamento mira a prevenire la crescita del trombo e ridurre il rischio di complicanze. Generalmente include l’uso di anticoagulanti, farmaci che fluidificano il sangue, e misure preventive come movimento regolare delle gambe ed esercizio fisico.

Sintomi trombosi venosa profonda

I sintomi della trombosi venosa profonda possono variare da lievi a gravi e in alcuni casi possono essere assenti. Tuttavia, quando presenti, i più comuni includono:

  1. **Dolore e Tenderness:** Il dolore si manifesta tipicamente in una gamba (raramente entrambe) e può variare da un leggero fastidio a una sensazione intensa simile a quella di una cramp. Il dolore tende ad aumentare quando si piega il piede verso l’alto.
  2. **Gonfiore:** Uno dei segni più evidenti di TVP è il gonfiore in una o entrambe le gambe, spesso accompagnato da un senso di pesantezza. Il gonfiore può estendersi dall’area del coagulo fino all’intera gamba.
  3. **Cambiamenti nella Colorazione della Pelle:** La pelle sopra la vena colpita può diventare rossastra o bluastra.
  4. **Aumento della Temperatura Cutanea:** La pelle sulla zona interessata può sentirsi insolitamente calda al tatto.

È importante sottolineare che la TVP può verificarsi senza segni evidenti, rendendo cruciale la consapevolezza dei fattori di rischio associati, come lunghi periodi di immobilità, interventi chirurgici recenti, storico familiare di trombosi e condizioni che influenzano la coagulazione del sangue.

In presenza di uno o più sintomi descritti, è imperativo consultare immediatamente un medico per una valutazione accurata e l’inizio del trattamento adeguato. La diagnosi precoce e la gestione tempestiva sono essenziali per ridurre il rischio di complicazioni gravi associate alla trombosi venosa profonda.

Cause trombosi venosa profonda

Le cause della TVP possono essere raggruppate in tre categorie principali, secondo la triade di Virchow: stasi venosa, lesioni endoteliali e ipercoagulabilità. La stasi venosa si verifica quando il flusso del sangue nelle vene rallenta significativamente, situazione comune in individui con stili di vita sedentari o durante lunghi periodi di immobilizzazione, come dopo interventi chirurgici o durante voli aerei prolungati. Le lesioni endoteliali delle pareti venose possono essere provocate da traumi fisici o procedure mediche invasive, innescando così la formazione di coaguli.

L’ipercoagulabilità del sangue è un’altra causa rilevante, determinata da varie condizioni quali disordini genetici della coagulazione, assunzione di contraccettivi ormonali o terapie sostitutive post-menopausa e alcune neoplasie. Fattori aggiuntivi includono l’età avanzata, l’obesità, la gravidanza e il fumo di sigaretta, tutti elementi che possono incrementare il rischio di sviluppare una TVP.

La prevenzione della trombosi venosa profonda si basa sulla comprensione e sulla gestione dei suoi fattori scatenanti. Mantenere uno stile di vita attivo, evitare periodi prolungati di immobilità e controllare le condizioni mediche esistenti sono passaggi chiave per ridurre il rischio di questa patologia. In questo contesto, l’informazione gioca un ruolo cruciale ed è responsabilità degli esperti del settore diffondere conoscenze accurate e aggiornate sulla prevenzione e sulle cause della TVP.

Cura per la trombosi venosa

Il primo step nella cura della trombosi venosa prevede generalmente l’adozione di anticoagulanti, quali warfarin o eparine a basso peso molecolare. Questi farmaci riducono la capacità del sangue di coagulare e aiutano a prevenire la formazione di nuovi trombi, oltre a limitare la crescita di quelli esistenti. È fondamentale che il trattamento anticoagulante sia monitorato attentamente da personale medico qualificato per evitare complicazioni come emorragie.

In alcuni casi, può essere raccomandata la terapia trombolitica, che comporta l’uso di farmaci in grado di sciogliere i coaguli già formati. Questo tipo di trattamento è riservato ai casi più gravi a causa dei potenziali rischi associati.

L’uso di calze elastiche compressive rappresenta un altro pilastro nella gestione della trombosi venosa. Esse aiutano a migliorare il flusso sanguigno nelle gambe, riducendo il rischio di formazione di nuovi trombi.

Inoltre, modifiche dello stile di vita come l’aumento dell’attività fisica, il mantenimento di un peso corporeo salutare e l’abbandono del fumo sono raccomandazioni fondamentali per prevenire ulteriori episodi.

In casi selezionati, può essere necessario ricorrere alla chirurgia, ad esempio mediante la rimozione del trombo o l’installazione di filtri nella vena cava inferiore per prevenire la migrazione dei coaguli verso i polmoni (embolia polmonare).

È importante sottolineare che solo un medico specializzato può determinare il trattamento più adatto al caso specifico del paziente. Pertanto, in presenza dei sintomi suggestivi di trombosi venosa, è imprescindibile consultare tempestivamente un professionista sanitario e contattare a Napoli il Centro Cardiologico Campano

 


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16/Mag/2024

Difficoltà a respirare: perché avviene

La difficoltà a respirare, nota anche come dispnea, è un sintomo che può essere causato da una varietà di fattori, sia di natura temporanea che indicativi di condizioni mediche più gravi. Da un punto di vista fisiologico, la respirazione può diventare difficoltosa quando l’apporto di ossigeno ai polmoni è insufficiente o quando il sistema respiratorio non è in grado di funzionare correttamente.

Una delle cause più comuni della difficoltà a respirare è l’attività fisica intensa, che aumenta temporaneamente la domanda di ossigeno del corpo. Tuttavia, quando questo sintomo si presenta in assenza di sforzi evidenti, può essere il segnale di condizioni più serie come disturbi cardiopolmonari. Malattie come bronchite, asma e COPD (Malattia Polmonare Ostruttiva Cronica) possono restringere le vie aeree o ostruire i polmoni con muco, rendendo la respirazione faticosa. Anche le malattie cardiache possono causare dispnea, poiché un cuore indebolito ha difficoltà a pompare sangue ossigenato attraverso il corpo efficacemente.

Fattori ambientali e abitudini di vita possono altresì influenzare la capacità respiratoria. L’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico o al fumo di sigaretta può compromettere significativamente la funzione polmonare nel tempo. Inoltre, l’obesità può esercitare pressione extra sul diaframma e sui polmoni, rendendo più difficile per il corpo espandere completamente i polmoni durante la respirazione.

Data la varietà delle possibili cause alla base della dispnea, è fondamentale consultare un medico o un centro specializzato come il Centro Cardiologico Campano per una diagnosi accurata e un trattamento adeguato. Identificando tempestivamente la causa sottostante, è possibile intervenire con terapie specifiche che mirano a migliorare significativamente la qualità della vita del paziente.

 

Che significa dispnea a riposo

La dispnea a riposo, comunemente riferita come difficoltà a respirare quando si è in stato di quiete, è un sintomo che non deve essere sottovalutato. Da un punto di vista medico, la dispnea si verifica quando si avverte la sensazione di un respiro insufficiente o difficoltoso. Quando questo fenomeno si presenta senza che la persona stia compiendo attività fisica, parliamo specificamente di “dispnea a riposo”.

Questo tipo di dispnea può essere indicativo di diverse patologie, alcune delle quali richiedono attenzione immediata. Tra le cause più comuni troviamo malattie cardiache come l’insufficienza cardiaca, dove il cuore non riesce a pompare sangue in modo efficiente, causando accumulo di liquidi nei polmoni (edema polmonare) e conseguente difficoltà respiratoria. Altre condizioni includono malattie polmonari come la BPCO (Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva), l’asma in fase acuta o le infezioni delle vie respiratorie.

È fondamentale non ignorare questo sintomo. Una valutazione medica tempestiva è cruciale per identificare la causa sottostante e iniziare il trattamento appropriato. La gestione della dispnea a riposo varia significativamente in base alla sua etiologia; può spaziare dalla somministrazione di ossigeno terapia per migliorare i livelli di ossigenazione del sangue fino al trattamento farmacologico specifico per le patologie diagnosticati.

 

Come riconoscere dispnea da ansia

La dispnea può manifestarsi in molteplici situazioni e per diverse cause, tra cui l’ansia. Riconoscere quando la difficoltà respiratoria è scatenata dall’ansia piuttosto che da altre condizioni mediche è cruciale per indirizzare il trattamento più adeguato.

L’ansia, infatti, può provocare una sensazione di soffocamento o di non riuscire a prendere abbastanza aria, spesso descritta come una pressione sul petto. Questo sintomo si manifesta tipicamente durante episodi di forte stress o panico, dove il corpo reagisce in modo esagerato a situazioni percepite come minacciose.

Per distinguere la dispnea da ansia da altre forme patologiche è utile osservare alcune caratteristiche: prima fra tutte la correlazione temporale con situazioni di stress psicologico. Inoltre, altri sintomi dell’ansia possono presentarsi contemporaneamente, quali tachicardia, sudorazione eccessiva, tremori e sensazione di paura o panico.

Un approccio metodico per riconoscere la dispnea legata all’ansia prevede anche la valutazione della propria storia clinica e uno screening per eventuali condizioni mediche sottostanti che potrebbero causare sintomi simili, come problemi cardiaci o respiratori.

 

Cosa fare quando si ha il fiato corto

Avere il fiato corto può essere un’esperienza angosciante e, in alcuni casi, un segnale di condizioni mediche sottostanti che richiedono attenzione. 

Innanzitutto, è cruciale riconoscere i sintomi associati al fiato corto: difficoltà a respirare profondamente, sensazione di affanno o di essere soffocati. Questi sintomi possono manifestarsi in situazioni diverse, sia in riposo che durante l’attività fisica.

Una volta identificata la presenza di dispnea, il primo passo è cercare di rimanere calmi. L’ansia può infatti aggravare la situazione, portando a un circolo vizioso difficile da interrompere. Trovare un posto confortevole dove sedersi o sdraiarsi e concentrarsi su una respirazione lenta e profonda può aiutare a controllare il respiro e ridurre il senso di panico.

Se il fiato corto si presenta improvvisamente e per la prima volta, è consigliabile consultare immediatamente un medico per escludere condizioni acute come embolia polmonare, pneumotorace o gravi problemi cardiaci. Inoltre, se si è consapevoli di avere patologie preesistenti come asma, BPCO (Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva) o insufficienza cardiaca congestizia, seguire i piani terapeutici stabiliti dal proprio medico diventa essenziale per gestire episodi di dispnea.

L’adozione di uno stile di vita sano gioca un ruolo chiave nella prevenzione del fiato corto. Ciò include smettere di fumare, mantenere un peso corporeo sano attraverso una dieta equilibrata e l’esercizio fisico regolare. Per coloro affetti da condizioni croniche, partecipare a programmi di riabilitazione respiratoria può offrire strategie utili per migliorare la capacità polmonare e la resistenza all’esercizio fisico.

Ricordiamo infine l’importanza del monitoraggio regolare delle proprie condizioni attraverso visite mediche periodiche. Questo permette non solo una diagnosi precoce e accurata ma anche l’aggiustamento dei trattamenti in base all’evoluzione della sintomatologia.


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15/Feb/2021

La sindrome di Brugada è caratterizzata da un’anomalia elettrica del cuore e da blocco di branca destra. Comporta un elevato rischio di morte improvvisa e prende il nome dei fratelli Brugada che la descrissero come un’entità clinica distinta nel 1992




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